Tarcisio Ceriani
 

Quando ero un ragazzo, rimanevo sempre molto impressionato dai racconti che il missionario (di solito con una lunga barba bianca) faceva durante la giornata missionaria mondiale.
Parlava sempre di terre lontane, di bambini denutriti che morivano di fame e di tante necessità che tutti i giorni aveva da affrontare.
Crescendo negli anni ho incominciato a pormi delle domande: possibile che si riduca tutto ad una offerta una volta all’anno per tacitare la nostra coscienza? È tutto qui quello che si può fare?
È giusto lasciare soli i missionari per tutto il resto dell’anno e ricordarci di loro solamente nella occasione della giornata missionaria mondiale?
Tante volte queste domande mi facevano star male, ma non riuscivo a trovare una soluzione (forse perché non la cercavo nel modo giusto o con il giusto impegno).
Verso la fine degli anni Settanta (1976/1977) ho avuto un incontro quasi casuale con un sacerdote che da poco era arrivato a Magenta: Don Bruno Pegoraro che, avevo sentito, si interessava in modo particolare ai problemi missionari. Lui mi fece conoscere il dott. Mario Leone e con un gruppetto di una decina di persone abbiamo iniziato il cammino del Centro Missionario Magentino.
Inizialmente ci trovavamo il primo martedì di ogni mese e dopo una breve preghiera, si parlava dei progetti che si sarebbero potuti avviare dopo aver vagliato le varie proposte che ci venivano fatte.
Nel frattempo si incominciava a tenere la corrispondenza con qualche missionario, a raccogliere medicinali ed abiti usati per farne pacchi da inviare in missione, ad organizzare dei momenti di aggregazione per raccogliere soldi, ecc. Dopo poco tempo abbiamo avuto l’occasione di conoscere Mons. Cipriano Kihangire, che era vescovo di una città, Gulu, che si trova nel Nord dell’Uganda. Era venuto tra di noi ad aiutare il nostro Arcivescovo ad impartire le Cresime nella Diocesi di Milano ed è stato ospitato a casa del Dott. Mario Leone a Ponte Nuovo di Magenta.
Parlando della sua gente il Vescovo chiese al dottore di aiutarlo a costruire una scuola per insegnare alle donne della sua Diocesi le prime nozioni di taglio e cucito.
In questo anno 2005, festeggiamo il venticinquesimo anno del nostro impegno concreto con la Diocesi di Gulu ed ancora oggi i nostri volontari sono presentì laggiù per circa quattro mesi all’anno: Gennaio/Febbraio e Luglio/Agosto.
Il nostro impegno costante è stato molto apprezzato dai missionari e dalla gente locale perché anche nei momenti più pesanti non abbiamo fatto mancare la nostra presenza e loro non si sono sentiti dimenticati. Nonostante le gravissime difficoltà dovute ai tanti anni di guerriglia, abbiamo potuto constatare la grande voglia di migliorare la propria situazione; i giovani ritengono importantissimo frequentare le scuole e fanno tanti sacrifici, lavorando sodo durante le vacanze, per potersi pagare le tasse scolastiche.
Un motivo di grande soddisfazione da parte nostra è vedere le ragazze uscite dalla scuola di taglio e cucito che formano delle cooperative e si rendono indipendenti, gli operai che hanno imparato da noi che fanno i muratori, gli elettricisti, i falegnami, ecc.
Per il futuro noi speriamo di poter sempre essere al loro fianco per camminare insieme a loro come abbiamo sempre fatto: noi portiamo la nostra capacità e loro ci insegnano ad affrontare la vita come un dono.

Padre Giulio Albanese


In questi anni ho seguito con grande interesse le iniziative del Centro Missionario Magentino nei confronti dell’arcidiocesi ugandese di Gulu e sono rimasto edificato dalla sua straordinaria testimonianza di solidarietà. Sì solidarietà I Una parola questa che, dal punto di vista etimologico, esprime una forte concretezza, troppe volte diluita nel nostro linguaggio a volte superficiale e genericista. Pagare « in solidum », alla fine del IV secolo, indicava l’obbligazione da parte di un individuo, appartenente a un gruppo di debitori, di pagare integralmente il debito. Ed è proprio per questo motivo che è dalla parola latina « in solidum » che deriva anche il nostro soldo. Al tempo dei Romani si trattava di una moneta, originariamente d’oro, il cui valore sarebbe dovuto rimanere stabile nel tempo. Ma fu solo a partire dal 1789, in Francia, che la solidarietà (solidarité) ha assunto la valenza odierna in quanto sentimento di fratellanza che devono provare tra di loro i cittadini di una stessa nazione libera e democratica. Oggi, il valore della solidarietà nel villaggio globale si è ampliato al punto tale da includere l’intera umanità, senza distinzioni di razze di culture o di fedi politiche o religiose. Per questo assistiamo e partecipiamo a vere e proprie gare di solidarietà a favore di coloro che vengono colpiti da sventure o altre calamità come nel caso delle popolazioni acioli.

Gian Mario Crespi

LIGHT IN DARKNESS

Uganda, Agosto 2000

Il volo "SABENA" da Bruxelles sta atterrando su Entebbe: l'aeroporto di Kampala, capitale dell'Uganda situata sulle rive del lago Vittoria il più grande di tutta l'Africa e il terzo del mondo. Dal lago Vittoria a Jinja nasce il Nilo, il così detto "Nilo delle montagne", perché l'Uganda è un altipiano sui 1200m anche se ci sono montagne che toccano i 5000m . Il Nilo attraversa tutto l'Uganda formando varie e spettacolari cascate per poi buttarsi nel lago Alberto e dal lago Alberto uscire e attraversare tutto il Sudan,dove lo chiamano"il Nilo bianco" e poi tutto l'Egitto e dopo questo lunghissimo percorso sfociare nel Mediterraneo. Quando scendiamo dall'aereo è già sera e numerosi giovani del posto ci assalgono, si offrono per portarci le valigie, quasi ce le strappano di mano, ci offrono un passaggio, insistono fin troppo, hanno fame di lavoro, va bene tutto, basta spuntare qualche dollaro in più e se va male... ti sparisce la valigia. Per fortuna vediamo i nostri amici volontari che  ci aspettano col fuoristrada, il nostro Toyota con la scritta: CENTRO MISSIONARIO MAGENTINO e più sotto: Volontary Organization for International Cooperation .Ci accompagnano subito a Kampala. All'equatore fa buio presto e non si può vedere niente di questa caotica città solo le innumerevoli luci dell'aeroporto, delle case o meglio delle baracche, delle auto o meglio di quella specie di taxi-furgoni e baracconi da rottamare, tanto caos e rumore. Sono quasi deluso, mi sembra di non riconoscere più la mia Africa che avevo conosciuto tanti anni fa : tranquilla, silenziosa con tante palme e capanne di creta coi tetti di paglia i tam-tam notturni e gli stregoni diurni, i tramonti da film .., Africa magica che non c'è più. Ma aspettiamo a giudicare dice il proverbio, domani è un altro giorno e si vedrà. Domani ci aspetta un viaggio di 350 km di strada asfaltata (per modo di dire), che va verso il nord attraverso la savana e qualche po' di foresta, per arrivare alla città di Gulu, la patria degli Acholi, dove c'è la nostra missione. Stanotte dormiremo alla meglio con una coperta tutti sul pavimento del soggiorno della casa di Padre Edo, un missionario milanese, scrittore. Ci ha fatto trovare una buona cena e poi prima di mandarci a letto, ci farà divertire recitandoci uno dei suoi spiritosi pezzi in dialetto: "EI Vangel del dì d'incò" Domani la sveglia è alle sette perché ci sono vari programmi e poi vogliamo arrivare a Gulu per un orario decente in modo di non trovare qualche posto di blocco fatto dai militari, come capita spesso da quelle parti. Ma io alle sei sono già in piedi, perché ho fretta di vedere com'è fatta di giorno questa Africa e poi mi ha svegliato il canto degli uccelli tessitori che a centinaia hanno appeso i nidi sugli alberi del cortile della missione. Si parte per Gulu: la strada è dritta e asfaltata ma piena di buche, dossi e cunette, salite e discese. Noi siamo in tanti e schiacciati dentro il nostro Toyota, ci avvisano che si ballerà molto... e qualcuno picchierà pure la testa. Questa strada collega tutto l'Uganda da sud a nord, ed è la principale via di comunicazione e quindi molto frequentata. Si incontrano innumerevoli quantità di biciclette, quasi tutte dello stesso tipo, e bici­taxi e taxi-furgoni o taxi-autocarro dove la gente è messa in piedi come le sardine, e poi tanta, tanta gente a piedi soprattutto donne e bambini. Tutti trasportano qualcosa: chi sulla bici, chi in testa, chi tirando un carretto. Tutti vanno a vendere o a comprare qualcosa, e chissà in quale altro villaggio o città, e chissà quanti Km percorrono: quattro, sei, dieci o venti, e non importa se piove a dirotto o se picchia il sole di mezzogiorno, se sono le cinque del mattino o le sette di sera. Incontriamo un vecchio autotreno (Fiat anni­ sessanta) fermo, e ci fermiamo anche noi per vedere cosa è successo: è stracarico di sacchi di riso donati dall'UNICEF e lo stava portando a nord, dove hanno più bisogno, ma ha rotto l'asse delle ruote ed è lì fermo da due notti e due giorni e l'autista ha pure la malaria. Ci chiede se abbiamo le pastiglie antimalariche, ma poi si accontenta di una sigaretta. Non lo possiamo portare con noi perché siamo stracarichi e poi lui deve star lì a far la guardia al riso. Ripartiamo e appena possibile avviseremo chi di dovere. Ai Iati della strada ogni tanto s'incontrano piccoli villaggi di capanne e qualche "città" di baracche dove trovi di tutto. Ci fermiamo in una di queste, Kigumba, a far benzina, la pompa è a manovella e self-service, il gestore controlla e ritira solo i soldi. Ogni volta che ci fermiamo siamo circondati da donne e bambini che ci vogliono vendere pannocchie di mais abbrustolite, agrumi di vario tipo, pezzi di pollo arrosto. Mi colpisce l'insegna di un bar di fronte  "MILLENIUM 2000 BAR" !? È vero anche qui siamo nel 2000, solo che, se non lo leggevo... non lo sapevo. Entriamo a farci una "Nile Special Beer", birra NILO, ottima quando hai sete e dopo tanti Km di savana; sperando non sia fatta con l'acqua del Nilo, così come fanno con le bottigliette di plastica, gettate dai turisti, riciclate e riempite d'acqua che ti fanno credere non dico minerale ma almeno potabile: se tutto va bene ti becchi la famosa diarrea del viaggiatore, se va male l'epatite. Dopo aver acquistato ananas, papaia, e giganteschi funghi bianchi (già sperimentati come commestibili dai nostri predecessori), ripartiamo per Gulu. Ora la strada è frequentata da numerosi babbuini che, indifferenti al nostro passaggio si lasciano fotografare. Un po' meno tolleranti sono invece i militari che incontriamo subito dopo: molti accampati ai Iati della strada e alcuni di guardia armati sulla strada stessa, ma sono fortunato perché il nostro capogruppo, il caro Tarcisio, mi avvisa in tempo di far sparire subito la macchina fotografica (che io da buon reporter tengo sempre in mano) se no sono guai! Dopo aver passato un ponte sulle rapide del Nilo e viaggiato ancora per ore arriviamo finalmente a Gulu, alla Casa dei volontari, detta anche la Casa di Magenta, nei pressi della Missione Comboniana. Ceniamo con quegli ottimi funghi bianchi e qualche scatoletta di tonno o di carne che ci siamo portati in valigia, poi a letto presto perché domani si iniziano i lavori. È la prima sera lì a Gulu e mi colpisce una cosa insolita. Una lunga fila di numerosi bambini e bambine e qualche raro adulto, stanno arrivando nel cortile dietro la nostra casa: chi ha in mano un fagottino, chi una stuoia, chi una coperta; tutto ciò che possiedono. I bambini più grandi portano in spalla i più piccoli. Dormiranno lì alla meglio, mi dicono, ma al sicuro. Hanno paura a dormire in capanna nei loro villaggi, paura di essere rapiti dai ribelli del L.R.A. (Lord's Resistence Army) Resistenza Armata del Signore, ma il Signore non centra proprio niente, anzi mi sa che centra il Demonio: un gruppo di pazzi scalmanati provenienti dal Sud del Sudan e ispirati da una persona mezza-stregone che dice essere veggente ed essere guidata dall'Alto. I bambini rapiti, dopo vari maltrattamenti, saranno costretti a loro volta a combattere e le bambine serviranno da alcova e servitù, per non dire di peggio: un orrore che va avanti da oltre dieci anni. Chi tenta di fuggire viene fatto uccidere dagli altri bambini, chi non viene ripreso finisce sulle mine antiuomo e ci lascia la gamba o le gambe o una mano o il braccio intero (perché queste maledette mine sono fatte apposta per non ucciderti ma per rovinarti e creare terrore). Quelli a cui va bene e non vengono presi e non finisce sulle mine non trova più la sua casa e la sua famiglia e finisce al Campo Profughi. Stanotte, mi dicono, altri bambini e donne, a migliaia dormiranno nel cortile dell'Ospedale Italiano che è vicino a noi il "St. MARY'S HOSPITAL" e reso grande dai Dottori Piero e Lucille Corti i protagonisti del libro e film verità "UN SOGNO PER LA VITA". La stupenda LucilIe è già morta da qualche anno, dopo aver dedicato tutta la sua vita a questo popolo che l'ha già definita Santa. È morta di AIDS che ha preso operando. Operava giorno e notte senza sosta. L'Uganda è pieno di AIDS: una leggenda dice che l'AIDS è nato dal lago Vittoria. Non bastava la Malaria, la Febbre gialla, la malattia del sonno, ora anche i ribelli,le mine, l'AIDS. Ma stanotte i bambini dormiranno al sicuro nel nostro cortile e in quello dell'ospedale. Presto chiuderanno i cancelli a chiave e la recinzione è protetta dal filo spinato. Dopo essersi divisi quel poco di cibo che hanno, guidati da qualche adulto li sentirò pregare, tutti assieme, ad alta voce, finché crolleranno nel sonno. Io non riesco a dormire...Li sentirò quasi tutta la notte tossire e i più piccoli lamenta All'alba vengo svegliato da un sottile quale insolito rumore: sono i bambini che se ne vanno, quasi in silenzio, come sono arrivati, tornano alle loro capanne, ai loro villaggi. Questa misera scena si ripeterà ogni giorno finché noi rimarremo lì a Gulu. Noi invece partiamo per il cantiere cioè per la scuola superiore costruita dai volontari del C.M.M. e ormai funzionante ma che ha bisogno ancora di finiture. Il progetto di questo anno è di creare l'impianto idrico e quindi di collegare tubi, rubinetti, 'bagni, docce, ecc. al serbatoio costruito qualche mese prima. Ora l'acqua si prende da un'unica pompa a mano situata in mezzo al cortile e i bisogni i ragazzi li fanno nei campi intorno alla scuola: C'è anche qualche latrina isolata, in cemento, ma bisogna avere il coraggio di entrarvi. Gli studenti sono circa trecento, alcuni dei quali dormono e mangiano al college, altri invece frequentano solo le lezioni e raggiungono ogni  giorno la scuola a piedi o in bicicletta, percorrendo a volte numerosi Km. La strada che percorriamo per raggiungere il college è sterrata, fatta di quella argilla rossastra. che è tipica di questi posti e che risalta notevolmente in contrasto col verde della savana che le sta intorno. La strada è frequentatissima di giovani di varie età che si affrettano a raggiungere le varie scuole della zona, e salutano al passaggio della nostra auto con gioia e sorriso, tipico di questa gente. Arrivati al college, il cortile centrale è già pieno di studenti, adunati in divisa come tanti soldatini, ogni gruppo davanti al loro insegnante, in attesa di entrare in classe. Altri nel cortile dietro sono ancora in fila per la prima colazione: tutti composti e in silenzio, con una tazza in mano che gli verrà riempita con un mestolo di latte caldo quando passeranno davanti alla capanna che fa da cucina da campo. Scendo dall'auto e prima di iniziare il lavoro mi metto a scattare alcune foto di reportage e mi colpisce una cosa: l'insegna della scuola. Un grande cartello con scritto: BISHOP ANGELO NEGRI COLLEGE (cioè intitolato al vescovo di Gulu che aveva voluto questa scuola) e sotto: LIGHT IN DARKNESS (cioè Luce nell'Oscurità). Si... La scuola è una luce nell'oscurità! Lì in mezzo a tutto quel marasma chiamato Uganda, la scuola è una soluzione, è una speranza per il prossimo futuro, un mezzo per uscir fuori dall'ignoranza, dalle malattie, dalla fame, dalla violenza. Cosa che qui in Europa, spesso i nostri ragazzi, hanno dimenticato...... Ma i volontari del C.M.M. non hanno costruito solo il college ma anche la scuola professionale di taglio e cucito per ragazze, il St.Monica Tailoring Center e l'orfanotrofio St.Jude Children Home che andiamo a visitare. AI nostro arrivo, i bambini ci vengono incontro festosi e sorridenti. Sanno già che gli daremo tante caramelle e altri regalini. Uno solo non sorride e non tende la mano: è una piccola bimba che sta in braccio a una vecchia, ha la testa penzolante all'indietro, grande più del corpo, le braccia esili e cadenti, muove solo una mano per cacciare le mosche che le si posano sul viso. Caramella? Non risponde... Caramella? Non allunga la mano...Apre solo un istante i suoi grandi occhi che penetrano nei miei e poi li richiude. Tiene la bocca sempre aperta e ha un respiro affannoso. Parlo con la dottoressa che fa parte del nostro gruppo: chi è quella bambina? Sta morendo? Non si può far niente? No, mi risponde. Ha l'AIDS è già ospedale, è già stata dimessa, non si può far niente... Intanto gli altri bambini cantano, ballano e ci fanno  festa Un altro giorno andiamo a visitare l'Ospedale di Gulu nel reparto mutilati delle mine. Qui tre o quattro volontari Italiani dell'AVSI, in una piccola officina di fortuna,con poche e vecchie macchine utensili costruiscono numerose protesi per gambe e braccia per altrettanti numerosi bambini. In questo momento mi viene in mente la prima volta che vidi in televisione il medico milanese ,Gino Strada parlare delle mine-antibambino, alzarsi in piedi e gridare: ma tu costruttore di mine, non hai figli? Dimmi come fai a dormire? Fuori in cortile numerosi bambini con gambe e braccia di legno imparano a muoversi e a camminare, ci salutano e non ci negano un sorriso. Intanto i lavori proseguono bene e i giorni vanno verso la fine ed è giusto che ci prendiamo un po' di svago e quindi decidiamo di passare qualche giorno al KABALEGA  NATIONAL PARK. Con un battello lentamente risaliamo il Nilo direzione dal lago Alberto fin sotto le cascate Murchinson (ex Kabalega Falls). Le rive del fiume pullulano di ogni sorta di animali selvatici: ippopotami, coccodrilli, antilopi, elefanti, e dopo averci sorbito una tremenda tempesta che ci ha fatto un po' spaventare riusciamo a far ritorno sani e salvi alle nostre capanne che come se non bastasse troviamo allagate. Il giorno dopo col nostro Toyota giriamo in lungo e in largo l'immensa savana alla ricerca del leone, e anche qui paesaggi da film con giraffe,gazzelle, bufali, ogni sorta di vegetazione, ma del leone neanche l'ombra. Questa si che è Africa!!! Ma quale Africa Se non fosse per i missionari (quasi tutti italiani) che condividono la vita con questa povera gente        se non fosse per i volontari che portano i pochi aiuti a questa popolazione..... Ma arriva il giorno della partenza e il volo SABENA per Bruxelles ci aspetta. Seduto in poltrona sto volando. Ho già cenato e sto leggendo rilassato un libro. Gli altri passeggeri hanno quasi tutti spento i faretti e dormono  Il mio è acceso, perché non riesco a dormire e poi sto leggendo un libro di fiabe, che mi ha prestato Padre Edo e mi piace tanto. Il mio compagno sul sedile dietro mi batte la spalla e mi dice: spegni la luce, stanno tutti dormendo, ti rendi conto? sei l'unico con la luce accesa... Rispondo: "Io non dormo sto leggendo, e poi è una piccola luce, che fastidio dà!" Sto leggendo un libro di fiabe che mi raccontavano da piccolo, sto pensando alla bimba, che stava morendo...Nei suoi occhi c'era come una luce...A lei le favole non gliele racconteranno mai...

Racconto vero da: NOTE DI VIAGGIO  Edizione ridotta per il Giornalino dell'I.I.S. di Magenta

Anna Rita Cislaghi

UN VIAGGIO IN UGANDA: ALLA SCOPERTA DI UN ALTRO MONDO

L’esperienza di una parrocchiana della Parrocchia di Cerello con il Centro Missionario Magentino 

Commentando questo viaggio, un mio amico ha detto: “Abbiamo dato e soprattutto abbiamo ricevuto; la gente l’abbiamo nel cuore e il loro modo di essere è stato un vero esempio di vita”. Questa può essere la sintesi di tre settimane e mezzo trascorse in un paese così diverso dal nostro per clima, cultura, politica ed economia. Ho visto una parte dell’ Africa dove per lo più nessuno muore di fame, ma non per questo non conosce la sofferenza e la povertà. Quanti bambini vestiti di stracci o seminudi ti venivano incontro chiedendoti una caramella! Quante ragazze e donne con il loro bel bimbo sulle spalle, vedevi camminare per chilometri e chilometri per attingere l’acqua dal pozzo e portare poi le pesanti taniche sul capo! Quante persone vedevi soffrire a causa di quel male senza cure che è l’AIDS e che colpisce più dell’ 80% della popolazione! Quanta fatica per trovare quel unico pasto giornaliero per tutti i membri della numerosa famiglia! Per non parlare poi delle precarie condizioni d’igiene e dell’elevata mortalità infantile. Nonostante tutto questo, il loro entusiasmo ti contagiava: il loro amore per la danza e per i canti, la loro tranquillità nel fare le cose, seguendo il motto a noi sconosciuto . . . “ perché finire oggi quello che potresti continuare domani” . . . , ma soprattutto la loro religiosità e la loro fede. In un villaggio il sacerdote magari arriva una volta al mese e quando questo accade la messa che viene celebrata è una gran festa che dura un paio d’ore e anche più, dove ci sono canti, suoni e musiche che ti entrano dentro e sembrano far elevare la tua anima. Qui ognuno può poi intervenire ringraziando Dio o esponendo i propri problemi, facendo così una vera comunione, proprio come i primi cristiani. Come dicevo all’inizio abbiamo dato molto: io per esempio di mattina insegnavo ad un gruppo di ragazze a ricamare a punto-croce, mentre al pomeriggio lavoravo come “muratora” nel cantiere della scuola femminile di taglio e cucito “St. Monica”. Forse però, ci è stato dato ancora di più: la fatica non solo fisica, ma anche quella di comunicare (li parlano l’inglese e l’acholi) e soprattutto di accettare ciò che vedevamo senza giudicare, sono state compensate dal calore umano della gente incontrata che voleva condividere con noi tutto!dalle pannocchie che coltivavano, alle danze dove cercavano di coinvolgerci, dalle feste al loro vivere quotidiano. Vivendo nel nostro mondo abbiamo un po’ dimenticato l’importanza dell’incontro con l’altro. Per ricordarcelo è stato necessario un viaggio in un paese dove si sa di essere nell’anno 2000 solo perché ci sono i calendari ad indicarcelo, dove quel poco progresso che c’è non ha ancora “intaccato” e “raffreddato” il calore umano.

Anna Rita Cislaghi volontaria CMM

Agosto 2000 Gulu - Uganda